Domenica, 22 Dicembre 2019 14:35

Armi: trovarsi coinvolti in una lite

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Per contestare efficacemente un eventuale divieto di detenzione armi prefettizio, la persona che è rimasta -suo malgrado- coinvolta in una lite tra altri soggetti è tenuta, in sede di ricorso, a dimostrare (e non solo ad affermare) che si è trovata in quella occasionale situazione per cercare di sedare il litigio scaturito per l’ostilità di altri.

Questo motivo di ricorso sarà più difficile, invece, nel caso in cui la persona interessata abbia partecipato alla lite e, magari, il conflitto tra le persone si sia ripetuto nel tempo e non sia quindi un fatto isolato ed occasionale ma, al contrario, dimostri una certa tensione tra i protagonisti degli episodi di scontro.

 

 

L’importante criterio è stato ricordato dal Consiglio di Stato, Sezione 3, con la sentenza n. 8368 del 05.12.2019.

 

 

Indice

Il ragionamento del Consiglio di Stato

Conclusioni

Come chiedere assistenza allo studio legale?

 

 

Il ragionamento del Consiglio di Stato

Partiamo dal caso pratico della sentenza segnalata: la persona interessata è sottoposta ad indagine, in concorso con altri soggetti, per il delitto di lesione personale e violazione di domicilio.

Arrivato il momento della causa amministrativa, il ricorrente lamenta che la sentenza di primo grado (di rigetto) avrebbe applicato erroneamente gli artt. 11 e 43 del T.U.L.P.S. perché egli sarebbe semplicemente indagato e non condannato per alcuno dei reati ostativi al rilascio o al rinnovo della licenza di porto d'armi.

Vediamo dunque cosa ne pensa il Supremo Collegio.

A parere del C.d.S., per ottenere il rilascio del porto d'armi non bisogna solo essere esenti da determinate condanne penali, ma anche godere del requisito della buona condotta, tale da giustificare una prognosi di affidabilità circa il corretto utilizzo dell'arma.

Il rilascio del porto d'armi rientra tra le cosiddette autorizzazioni di polizia.

Questo potere di rilasciare le autorizzazioni si caratterizza per l'ampia discrezionalità dell'autorità competente, e così pure il potere di revoca e sospensione, esercitabile in qualsiasi momento, nel caso di abuso della persona autorizzata.

Ad esempio, l'art. 11, concernente i cosiddetti requisiti morali, condiziona il rilascio delle autorizzazioni di polizia alla verifica della mancata sussistenza di alcuni requisiti necessariamente ostativi (la condanna per tipologie di reati tassativamente individuati), ma anche da facoltà per il diniego sulla base di altri, tra i quali, oltre a meno gravi fattispecie penali, rientra ancora genericamente la cosiddetta buona condotta.

Analoga indicazione è contenuta all'art. 43 comma secondo del T.U.L.P.S. in materia di porto d'armi, laddove al requisito della buona condotta si aggiunge anche la necessità di dare "affidamento di non abusare delle armi" stesse.

La rilevante permanenza del requisito della buona condotta si desume, d'altro canto, anche dalla lettura della sentenza della Corte costituzionale, che ha inciso sulle due disposizioni sopra citate nella parte in cui si pone a carico dell'interessato l'onere di provare la sua buona condotta. (Corte cost., 16 dicembre 1993, n. 440).

Poi l'art. 39, inoltre, dispone che "il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell'articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne".

Più che spesso la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha affermato che ai fini del giudizio di affidabilità e del giudizio circa la capacità di abusare dell'arma non è necessario che sia attribuibile all'interessato una responsabilità penale per fatti riconducibili all'uso delle armi, in quanto la valutazione ai fini amministrativi è diversa da quella compiuta in sede penale ed ha finalità non punitiva, ma preventiva del rischio di abusi e del mero pericolo che la detenzione di armi da parte dei privati possa essere occasione di incauto uso, anche solo per disattenzione o distrazione, elementi psicologici questi riconducibili ad un grado di colpa afferente alla stessa attitudine a custodire l'arma, di per sé rilevante nella materia dell'interesse alla tutela della pubblica incolumità .

In pratica accade questo: il giudizio prognostico a fondamento del diniego di uso delle armi viene considerato più stringente del giudizio di pericolosità sociale o di responsabilità penale, in quanto il divieto può essere adottato anche in base a situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o a misure di pubblica sicurezza.

Sono principi, questi, che è bene tenere sempre a mente.

Ora, nel caso pratico se il giudice amministrativo dovesse ritenere che l'episodio, per il quale l'interessato risulta indagato sia il risultato di ripetute tensioni e sfide tra le parti litiganti, probabilmente ciò deporrà per una prognosi sfavorevole circa l'assenza della buona condotta e/o comunque circa l'affidabilità nell'utilizzo dell'arma.

Il fatto che, successivamente all'emissione dei provvedimenti amministrativi della Prefettura e della Questura sia stata richiesta dal p.m. l'archiviazione del procedimento penale, potrebbe non influire sulla validità di quei provvedimenti, almeno finché l’Autorità non disporrà di un dato processuale certo, ad esempio correlato all’archiviazione del sottostante procedimento penale, elemento questo che potrà indurre l’amministrazione a riconsiderare la posizione della persona di cui parliamo.

In sostanza: stando così le cose e fin quando rimangono così, la valutazione circa l'inaffidabilità nell'utilizzo dell'arma da parte della Prefettura potrebbe essere considerata legittima anzi, sicuramente lo sarà;  proprio il pericolo di atti violenti e aggressivi, nel contesto di una situazione altamente conflittuale può giustificare la valutazione di pericolosità che induce l'autorità amministrativa a vietare il porto d'armi, a tutela della sicurezza pubblica e nell'ottica preventiva che presiede al rilascio delle autorizzazioni di polizia, perché se emerge dagli atti una potenziale indole violenta dell'interessato, questo legittima l'adozione della misura prefettizia diretta a vietare la detenzione delle armi e, consequenzialmente, anche quella questorile di sospendere il porto d'armi, almeno fino alla conclusione della vicenda penale.

 

 

Conclusioni

In definitiva, il fatto che ci interessa è questo:  

la circostanza (solo dichiarata a parole e priva di un valido supporto probatorio nel ricorso amministrativo) secondo cui la persona interessata, intervenuta a sedare una lite tra altri si sarebbe trovata coinvolta suo malgrado nel bisticcio e avrebbe perciò subito la denuncia da parte di un partecipe allo scontro per soli fini ritorsivi, rischia di intaccare la valutazione di inaffidabilità circa il corretto utilizzo dell'arma, in quanto per l’Autorità viene meno la buona condotta, almeno nell'attualità, questo perché traspare un contesto di  pericolosa conflittualità.

Fermo restando che l'eventuale e positiva conclusione della vicenda penale potrà indurre il Prefetto, nel proprio discrezionale apprezzamento, ad assumere diverse e più favorevoli determinazioni, ove ne sussistano i presupposti di cui agli artt. 11 e 43 del T.U.L.P.S.

 

 

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Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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