Lunedì, 22 Giugno 2020 13:32

Ricorso armi: Ministero perde e paga

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Il Ministero dell’Interno paga le spese di lite dopo aver perso una causa di primo grado, nel corso della quale i giudici hanno verificato che un divieto detenzione armi è stato emesso dal prefetto senza una solida motivazione.

 

 

 

Ancora focus sulla sentenza del Tar Palermo, Sezione Terza, la n. 935/2020, pubblicata in data 11.05.2020.

 

Ci soffermiamo ancora su questa pronuncia in quanto, tra le altre cose, prevede pure la condanna alle spese di causa del resistente Ministero dell’Interno.

 

Ma vediamo, più da vicino, il caso accennato.

 

La parte privata chiede l’annullamento del decreto che ha vietato al ricorrente di detenere tutte le armi possedute a qualsiasi titolo.

 

Il d.d.a. (divieto detenzione armi) è stato adottato dall’amministrazione per presunti procedimenti penali e segnalazioni di polizia a carico del ricorrente.

 

Tutto questo, però, per il Tar non è sufficiente a confermare e cristallizzare la genuinità del divieto irrogato.

 

Ecco quindi cosa dice il trio di giudici: la giurisprudenza prevalente, se, da un lato, riconosce, ai sensi degli artt. 11, 39 e 43 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773, rispettivamente al Prefetto e al Questore, la facoltà di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti e di ricusare la licenza di porto d’armi con un’ampia discrezionalità nel valutare, con il massimo rigore, qualsiasi fatto o circostanza i quali (seppure non penalmente rilevanti) possono minare, in base a un giudizio prognostico, la piena e assoluta affidabilità di cui deve godere ogni soggetto che aspira a mantenere o rinnovare il porto d’armi e il permesso di detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti, per altro verso, impone che tale potere venga esercitato nel rispetto dei canoni tipici della discrezionalità amministrativa, sia sotto il profilo motivazionale che sotto quello della coerenza logica e ragionevolezza, dandosi conto in motivazione dell'adeguata istruttoria espletata al fine di evidenziare circostanze di fatto in ragione delle quali il soggetto sia ritenuto pericoloso o comunque capace di abusi; ne consegue che il pericolo di abuso delle armi non solo deve essere comprovato, ma richiede una adeguata valutazione non del singolo episodio ma anche della personalità del soggetto sospettato che possa giustificare un giudizio prognostico sulla sua sopravvenuta inaffidabilità.  

 

Per il vero il ricorrente, già in precedenza autorizzato alla detenzione di armi e munizioni, in base al certificato dei carichi pendenti aggiornato non risulta neppure sottoposto a procedimenti penali.

 

Inoltre l’amministrazione, sollecitata dal Tribunale con ordinanza istruttoria, ha trascurato i suoi compiti e non ha detto niente sull’esistenza di procedimenti penali a carico del ricorrente o su fatti concreti e circostanziati valutabili come indici di inaffidabilità.

 

Dunque, nel caso di revoca o rinnovo di un titolo di polizia, per la giurisprudenza l’Amministrazione non può esimersi dall’indicare, nella motivazione dell’eventuale atto di diniego, il mutamento delle circostanze, di fatto e soggettive, che l’avevano già indotta a rilasciare il titolo negli anni antecedenti.

 

Come detto all’inizio dell’articolo il Ministero è condannato a rifondere le spese di lite; si tratta di una somma non eclatante, tuttavia assai significativa dell’intento dissuasorio del Tar.

 

In aggiunta, va detto che la sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale in atto da tempo, un trend che stratifica questo tipo di pronunce e aumenta il livello di chiarezza interpretativa delle norme in materia.

 

Le cosiddette "revoche arbitrarie" non sono mai permesse: lo dicono le disposizioni e continuano, sempre più spesso ormai, a dirlo i magistrati italiani chiamati a dirimere queste controversie.

 

Più in generale, ciò che non consente il nostro Ordinamento giuridico è l'utilizzo arbitrario della discrezionalità amministrativa.

 

Personalmente ritengo che i giudici di primo e secondo grado dovrebbero aumentare il "quantum" in sede di condanna alle spese, ovviamente per i casi di annullamento del provvedimento amministrativo sbagliato: ciò in quanto la condanna alle spese di lite, se è pesante e quindi non meramente simbolica, tende a scoraggiare future ed avventate iniziative discrezionali del Ministero dell'Interno.

 

 

 

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Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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