Martedì, 23 Giugno 2020 13:04

Armi: una soluzione sulle condanne penali del familiare

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Se nel divieto di detenzione armi non sono chiaramente prospettati i rischi nascenti da un’effettiva coabitazione tra la persona interessata e il genitore con condanne penali, i quali dunque non condividono né la residenza né il domicilio, il divieto è annullabile con ricorso.

 

 

 

In questo articolo sposto l’attenzione sull’eterno dibattito riguardante i rischi derivanti da una convivenza con familiari aventi pregiudizi penali.

 

Dunque, per avere dati ed informazioni aggiornate, il focus deve dirigersi per forza sulla sentenza del Tar Palermo Sezione Terza n. 832/2020, pubblicata in data 28.04.2020.

 

Mi soffermo su questa pronuncia in quanto, oltre ad essere una decisione di primo grado sintetica in quanto emessa ai sensi dell’art. 60 c.p.a., prevede pure la condanna alle spese di causa del resistente Ministero dell’Interno, parte soccombente nella lite.

 

Ma seguitemi più da vicino ed esaminiamo insieme il caso, visto che può tornare utile per una varietà di situazioni analoghe.

 

La parte privata chiede l’annullamento del decreto che ha vietato al ricorrente di detenere tutte le armi possedute a qualsiasi titolo.

 

Il d.d.a. (divieto detenzione armi) è stato adottato dall’amministrazione, a carico del familiare interessato, per procedimenti penali del genitore convivente.

 

Tutto questo, però, per il Tar non è sufficiente a confermare la bontà del divieto irrogato.

 

Come ho anticipato, quindi, il provvedimento risulta adottato dall’amministrazione esclusivamente in ragione delle condanne penali riportate dal genitore della ricorrente.

 

Il Tar però, sul punto, è lapidario.

 

La giurisprudenza prevalente, se, da un lato, riconosce, ai sensi degli artt. 11, 39 e 43 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773, rispettivamente al Prefetto e al Questore, la facoltà di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti e di ricusare la licenza di porto d’armi con un’ampia discrezionalità nel valutare, con il massimo rigore, qualsiasi fatto o circostanza i quali ( seppure non penalmente rilevanti ( possono minare, in base a un giudizio prognostico, la piena e assoluta affidabilità di cui deve godere ogni soggetto che aspira a mantenere o rinnovare il porto d’armi e il permesso di detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti, per altro verso, impone che tale potere venga esercitato «nel rispetto dei canoni tipici della discrezionalità amministrativa, sia sotto il profilo motivazionale che sotto quello della coerenza logica e ragionevolezza, dandosi conto in motivazione dell'adeguata istruttoria espletata al fine di evidenziare circostanze di fatto in ragione delle quali il soggetto sia ritenuto pericoloso o comunque capace di abusi; ne consegue che il pericolo di abuso delle armi non solo deve essere comprovato, ma richiede una adeguata valutazione non del singolo episodio ma anche della personalità del soggetto sospettato che possa giustificare un giudizio prognostico sulla sua sopravvenuta inaffidabilità» (T.A.R. Umbria, Sez. I, 23 gennaio 2017, n. 97; T.A.R. Puglia, Lecce, Sez. III, 12 dicembre 2012, n. 2147; T.A.R. Calabria, Catanzaro, Sez. I, 10 novembre 2011, n. 1350; T.A.R. Campania, Napoli, Sez. V, 12 luglio 2010, n. 16669).

 

Ricorda il Tar che la ricorrente è titolare di un permesso di detenzione d’armi e munizioni già precedentemente concesso senza che le circostanze predette (la sola parentela con il padre) abbiano mai assunto alcuna rilevanza nel giudizio di affidabilità che l’ha di volta in volta interessata.

 

In questo senso depone anche la giurisprudenza del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Sez. III, 14 giugno 2012, n. 3527) secondo cui, in caso di richiesta di rinnovo di titolo di polizia già in passato più volte rinnovato, l’Amministrazione non può esimersi dall’indicare, nella motivazione dell’eventuale atto di diniego, il mutamento delle circostanze, di fatto e soggettive, che l’avevano già indotta a rilasciare, negli anni antecedenti, il suddetto titolo.

 

Poi, una tra le cose più importanti: nel provvedimento impugnato non sono prospettati rischi di effettiva coabitazione tra la ricorrente e il genitore che non condividono né la residenza né il domicilio.

 

In conclusione, in accoglimento del ricorso il provvedimento impugnato viene annullato e il Ministero dell’Interno condannato alle spese, che sono liquidate in misura ridotta solo perché l’attività difensiva delle parti è stata minima, visto il rito adottato ex art. 60 c.p.a. (sentenza in forma semplificata).

 

 

 

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Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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