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Mercoledì, 06 Settembre 2017 06:26

Armi / giudizio di inaffidabilità senza motivo: Ministero perde la causa

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Il caso

Affrontato e risolto dal Tribunale Amministrativo Regionale TOSCANA - Firenze, Sezione 2, con sentenza 28 febbraio 2017, n. 301.

Vediamo le parti rilevanti di questo giudizio, favorevole per il ricorrente.

 

 

Il ricorso

Con il ricorso al Tar viene chiesto l'annullamento del decreto del Ministero dell'Interno di rigetto del ricorso gerarchico e del decreto di divieto detenzione armi, munizioni e materie esplodenti emesso dalla Prefettura.

Il provvedimento ministeriale risulta motivato con riferimento al fatto che il provvedimento prefettizio richiama la proposta negativa del Comando Stazione dei Carabinieri,  secondo cui l'interessato è stato deferito all'A.G. per l'ipotesi di reato di omessa ripetizione della denuncia delle armi e delle munizioni in seguito alla variazione del luogo di detenzione delle stesse.

Conclude con la motivazione che l'interessato "non riunisce i requisiti necessari per la regolare detenzione delle armi": non offre la necessaria affidabilità volta ad escluderne un possibile abuso.

Il ricorrente proprio non ci sta e sostiene:

  • di avere sempre denunciato il trasferimento delle armi in occasione di precedenti variazioni della residenza,
  • che per mera dimenticanza ha omesso di presentare analoga denuncia,
  • che si tratta peraltro di mera contravvenzione soggetta ad oblazione,
  • che il procedimento è stato definito con dichiarazione di estinzione ex art. 38 Tulps,
  • che il provvedimento è comunque motivato con riferimento ad una mera denuncia,
  • che negli anni successivi al trasferimento delle armi ha ottenuto ben tre rinnovi del porto d’armi,
  • che non ha mai abusato delle armi in trent'anni di detenzione delle stesse. 

 

La difesa dell’Amministrazione

Chiede, in generale, il rigetto di tutti i motivi del ricorso.

 

 

La decisione del Giudice

E’ favorevole, come abbiamo accennato, all’interessato.

Ecco gli spunti e le riflessioni del Tar che, vista l’importanza, si riportano per esteso come estratto.

L'art. 43, primo comma, del testo unico approvato con il regio decreto n. 773 del 1931 preclude il rilascio di licenze di porto d'armi (e impone la revoca di quelle già rilasciate) nei confronti di chi sia stato condannato per uno dei reati indicati dal medesimo primo comma (in particolare alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, ovvero a una pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all'autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l'ordine pubblico), anche nel caso in cui egli abbia ottenuto la riabilitazione, prevista dall'art. 178 del codice penale;

- "l'autorità amministrativa non deve disporre senz'altro la revoca (prevista dal primo comma dell'art. 43 del testo unico del 1931) della già rilasciata licenza, ma può valutare le relative circostanze ai fini dell'esercizio del potere discrezionale (previsto dal secondo comma dell'art. 43), qualora il giudice penale abbia disposto la condanna al pagamento della pena pecuniaria - in luogo della reclusione - ai sensi degli articoli 53 e 57 legge 689/81, ovvero abbia escluso la punibilità "per tenuità del fatto" ai sensi dell'art. 131 bis cod. penale, nel caso di commissione di un reato di per sé 'ostativo' al rilascio o al mantenimento di licenze di portare le armi".

Nel caso specifico trattato in processo tuttavia, i provvedimenti impugnati non fanno riferimento ad alcuna condanna emessa a carico del ricorrente, bensì al suo mero deferimento all'autorità giudiziaria per un'ipotesi di reato (omessa denuncia del luogo di detenzione delle armi a seguito di variazione dello stesso) prevista dall'art. 38 del. T.u.l.p.s. in relazione all'art. 58 del regolamento di esecuzione, che non rientra tra i reati per i quali l'eventuale condanna preclude il rilascio di licenze di porto d'armi (e impone la revoca di quelle già rilasciate).

La fattispecie costituisce invece un'ipotesi contravvenzionale anche dopo la novella di cui all'art. 3 D- Lgs. 204/10 che ha inserito nell'art. 38 l'obbligo di "ripresentazione" della denuncia in caso di trasferimento del luogo di detenzione delle armi.

Il ricorrente ha poi fruito dell'applicazione dell'oblazione speciale, ex art. 162 bis c.p., e ottenuto la declaratoria di estinzione del reato con il pagamento della metà del massimo della sanzione.

Dunque, il provvedimento ministeriale e quello prefettizio impugnati sbagliano nel ritenere che il mero deferimento all'autorità giudiziaria per l'ipotesi di reato indicata costituisca motivo ostativo alla detenzione delle armi.

Inoltre la determinazione ministeriale e quella prefettizia, oggetto di ricorso gerarchico, sono viziate avendo l'amministrazione esercitato un potere discrezionale in violazione degli obblighi di istruttoria e di motivazione.

Infatti particolare rilevanza assume la circostanza che, dopo il trasferimento di residenza, avvenuto nel 2001, il ricorrente ha ottenuto ben tre rinnovi del porto d'armi (nel 2002, nel 2008 e nel 2014) avendo sempre indicato correttamente la propria residenza, senza che l'amministrazione gli abbia mai contestato l'omessa denuncia.

Anche tenendo presente la ratio della norma (che è quella di consentire all'autorità di pubblica sicurezza di conoscere il luogo di detenzione delle armi per procedere ai dovuti controlli), nonostante il ricorrente non abbia denunciato il cambio di residenza avvenuto nel 2001, la medesima autorità ha sempre avuto contezza della sua nuova residenza e del luogo in cui le armi erano in effetti detenute, avendogli in 15 anni per tre volte rinnovato la relativa licenza.

Pertanto, il giudizio di inaffidabilità del ricorrente nell'uso delle armi è illegittimo in quanto totalmente immotivato e viziato da contraddittorietà con le reiterate decisioni di rilascio della licenza.

 

Un consiglio

Procedere senza indugio con il ricorso quando ci si trova in presenza di situazioni come quella descritta nel commento, utilizzando anche la favorevole sentenza 301/17.

 

 

Se vuoi esplorare altri temi:

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Letto 9434 volte Ultima modifica il Domenica, 05 Novembre 2017 18:22
Francesco Pandolfi

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Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori.

Attualmente si occupa di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto penale.
E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici; in particolare ha approfondito la materia del diritto militare nelle aree disciplinari, giuslavoristiche, penali e amministrative. 
In diritto del lavoro segue da 10 anni il contenzioso dei lavoratori trimestrali contro Poste Italiane spa.

La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia; la sua profonda passione per il lavoro lo porta ad assistere e difendere davanti ogni Corte nel Paese.

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2 commenti

  • Link al commento Francesco Pandolfi Martedì, 25 Settembre 2018 16:17 inviato da Francesco Pandolfi

    Gaetano, la ringrazio per l'apprezzamento e spero di poter essere sempre di aiuto con consigli e suggerimenti utili.

  • Link al commento Gaetano Mercoledì, 13 Settembre 2017 14:06 inviato da Gaetano

    Complimenti Avvocato per la sua etica professionale non tutti gli avvocati sono all'altezza del titolo del quale si avvalgono.

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