Venerdì, 10 Novembre 2017 18:11

Perdita incolpevole della pistola

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Sapevi che se la Prefettura, su proposta del Questore, basandosi su un episodio isolato revoca la licenza del porto d’armi e il decreto di nomina a guardia particolare giurata (oltre al divieto di detenzione armi), può perdere la causa?

Esattamente.

Diciamo subito che la sentenza è favorevole per il ricorrente.

Comunque, al di la della causa in se la questione è delicata, dal momento che per effetto di un provvedimento di questo tenore la persona può perdere il suo posto di lavoro (come poi è effettivamente accaduto nel caso commentato).

Questa volta leggiamo le pagine del Tar Parma che accoglie i motivi del ricorrente dal momento che egli, guardia particolare giurata sempre immune da mende e con condotta esemplare, ha semplicemente subito la perdita della pistola in quanto sottrattagli con un occasionale furto messo in atto da una donna (con la quale aveva intrattenuto una relazione).

Una cosa importante da segnalare subito: qui si parla di armi ma si parla anche di diritto al lavoro e delle problematiche conseguenze della perdita dell’impiego: a questo proposito la sentenza lascia intendere che una domanda di risarcimento del danno economico procurato dal Ministero dell’Interno può essere inserita all’interno del ricorso, a patto che sia sorretta da prove certe o non venga eliminata dalla rapidissima decisione (di accoglimento) del Tribunale.

 

 

La revoca e il divieto

Come sempre, prima qualche concetto generale tratto dalla pronunzia del tribunale e dopo passiamo ad esaminare il caso concreto più da vicino.

Il diniego di detenzione e la revoca della licenza, rispondendo a finalità di tutela della sicurezza e dell'incolumità pubblica, da un lato operano su un piano di valutazioni diverse da quelle penalistiche sui fatti che hanno determinato il negativo giudizio dell'amministrazione, dall'altro non richiedono che gli stessi fatti integrino ipotesi di reato.

La conseguenza è che, in questo tipo di valutazioni, si può anche prescindere dall'accertamento della responsabilità penale di una persona.

Infatti si è affermato che non è richiesto un accertato ed oggettivo abuso nell'uso delle armi: è sufficiente che il soggetto non dia affidamento di non abusarne.

La valutazione di inaffidabilità è attribuita all'autorità amministrativa, chiamata ad un accertamento motivato.

 

 

La revoca del decreto di G.P.G.

La revoca, il divieto di detenzione e soprattutto la revoca del decreto di G.P.G. richiedono quindi una valutazione della complessiva condotta e personalità del soggetto e non possono fondarsi unicamente sulla rilevanza di un unico episodio.

In generale l'esistenza di precedenti penali non vale, di per sé, a sorreggere il diniego, se non è fondato su di un'autonoma valutazione in ordine all'incidenza degli elementi considerati, ai fini della qualificazione in termini di buona condotta della personalità complessiva del richiedente stesso.

 

 

Il caso

Il provvedimento prefettizio da rilievo al singolo ed isolato episodio, peraltro non dipendente dalla volontà del ricorrente e frutto di un fatto di reato di furto commesso ai suoi danni, della sottrazione

dell'arma in suo possesso, episodio che non può fondare un giudizio di inaffidabilità riguardo al buon uso delle armi, sia in quanto accadimento isolato, sia in quanto determinato dal fatto delittuoso di un’altra persona, oltretutto previamente denunciato dal ricorrente.

L'amministrazione ha invece trascurato la complessiva personalità del ricorrente e la sua condotta, esente da mende.

Il caso è pertanto un vero “caso di scuola”:  sono evidenti i profili di eccesso di potere per illogicità, difetto di motivazione e di istruttoria ed arbitrarietà.

 

 

La perdita del posto di lavoro della G.P.G.

La musica non cambia neanche sul versante dell’estensione della misura al decreto di GPG: qui non sono state spiegate le ragioni a sostegno di questa grave misura sanzionatoria, tradottasi nella revoca della nomina a guardia particolare giurata, provvedimento che produce la perdita del posto di lavoro del ricorrente.

 

 

Il principio del “minimo mezzo”

Dice il Tar: l’Amministrazione ha violato il principio di proporzionalità, creato a livello comunitario ma che penetra anche il procedimento amministrativo in forza del richiamo dell'art. 2 della L. 8.6.1990, n. 241.

Questo fondamentale principio ci dice che le misure afflittive che la P.A. può adottare devono essere rispettose del criterio del minimo mezzo, cioè devono ispirarsi al canone di adeguatezza e del minor sacrificio possibile idoneo a raggiungere lo scopo punitivo cui è diretto un determinato provvedimento restrittivo di facoltà giuridiche.

Ora, il Prefetto doveva limitarsi, sempre che tale decisione fosse stata legittima, a revocare unicamente il porto d’armi ma non anche il decreto di nomina a guardia particolare giurata, dal momento che nessun nesso poteva ravvisarsi tra la perdita incolpevole della pistola, non smarrita ma rubata, e il mantenimento del titolo di guardia giurata.

 

 

Guardie Giurate armate e disarmate

Il tutto anche considerando che l'art. 138 comma 1 RD 773/31 non annovera tra i requisiti necessari al conseguimento del menzionato titolo di guardia giurata, anche il possesso della licenza di porto d’armi, ben potendo verificarsi il caso di guardie particolari giurate che prestino tale servizio disarmate.

 

 

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Letto 5111 volte Ultima modifica il Venerdì, 10 Novembre 2017 18:26
Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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