Giovedì, 23 Gennaio 2020 08:57

Rischi per le armi se non dichiaro reati di mio padre

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Cosa fare se la Questura dice no alla tua richiesta della licenza di porto di fucile ad uso caccia, in quanto a loro risulta che sei stato denunciato per presunte false attestazioni in sede di richiesta di rilascio porto d’armi?

 

 

Sappiamo bene che varie sono le ragioni per le quali la Questura può respinge la domanda. 

 

Poniamo che la respinga in quanto ha rilevato che nel redigere il modulo informativo, in sede di richiesta, hai omesso di menzionare tuo padre nel nucleo familiare a carico del quale risultano alcuni pregiudizi penali (diciamo, per esempio: esercizio arbitrario delle proprie ragioni, percosse, ingiuria, attività di caccia con ausilio di richiamo elettronico e reati di cattura).

 

Ecco: quelle presunte false attestazioni bastano per far dire all’amministrazione che la richiesta di licenza deve essere respinta?

 

In altri termini, il Ministero dell’Interno può negare la licenza anche se hai spiegato che si tratta di una coabitazione presunta e cioè che il tuo familiare, in realtà, vive in un appartamento separato dal tuo da una stradina ed, inoltre, hai correttamente prodotto copia della richiesta di archiviazione formulata dalla Procura della Repubblica, in cui si osserva che la dichiarazione da te resa  in sede di richiesta di rilascio porto d’armi non può ritenersi falsa perché lo stesso vive stabilmente con la nonna in edificio a sé stante, come attestato dai certificati anagrafici dello stato di famiglia?

 

Allora, in queste circostanze alla fine come è meglio muoversi se sei convinto, come è del resto, di non aver detto il falso e che, quindi, quanto afferma il Questore non è vero, perché appunto è vero che tuo padre (ma potrebbe essere anche un altro tuo congiunto) vive proprio da un’altra parte?

 

Cosa è meglio fare?

 

Come spiegare al Ministero che questa tua dichiarazione non integra per niente gli estremi delle false attestazioni, o dichiarazioni a pubblico ufficiale sulla identità o qualità personali proprie o di altri?

 

Sono domande che fanno eco molte e molte volte tra tante persone inserite nel mondo delle armi.

 

Molti si ritrovano infatti a dover gestire situazioni di questo tipo o solo somiglianti dove, ad un certo punto, l’amministrazione ti ostacola e fa muro.

 

Forse sarà capitato anche a te o, magari, a qualche persona che conosci e che non sa come affrontare.

 

Allora c’è da chiedersi: esiste un modo per cercare di risolvere il problema e, quindi, superare il decreto di diniego?

 

In definitiva si tratta di una circostanza nella quale l’amministrazione fonda il suo diniego esclusivamente sulla presunta coabitazione tra te e tuo padre, circostanza però smentita dalle carte che produci.

 

Bene, per rispondere alla domanda principale del titolo, ossia la circostanza dei rischi per le armi se non dichiaro i reati di mio padre, bisogna prima di tutto chiedersi perché il Questore arriva a sostenere che hai affermato il falso.

Vediamo cosa è consigliabile fare.

 

 

La memoria difensiva

Primo consiglio: presenta una memoria difensiva già nella fase di avvio del procedimento amministrativo per il diniego: spiega nelle osservazioni il dettaglio della vera situazione e dei fatti che ti interessano, mettendo in luce e documentando che il tuo familiare, in realtà, vive in un appartamento separato dal tuo da una stradina e, il tutto è opportunamente documentato.

 

Ovviamente, se lo ritieni opportuno e possibile, già in questa fase chiedi aiuto ad un avvocato.

 

L’amministrazione non potrà e non dovrà ignorare le tue osservazioni che, se adeguatamente motivate, dovrebbero portarla a rivedere la tua posizione.

 

Come già detto più e più volte diciamo in teoria perché, si sa, Questura e Prefettura abbastanza spesso si limitano a dire no quasi in automatico.  

 

Questo modus operandi è stato, per altro, sonoramente segnalato dal Tar per l’Emilia Romagna con la sentenza n. 47/20 pubblicata il 20.01.2020.

 

Ma al di là della bella sentenza 47, andiamo avanti con la procedura perché a te in definitiva interessa uscire dall’inghippo e, allora, a questo punto come procedere sul diniego?

 

 

Il ricorso al Tar 

Per procedere oltre devi avviare la causa amministrativa.

 

Nella fase del ricorso, particolare attenzione andrà riservata alla ricostruzione dei fatti e al sostegno dei motivi di diritto.

 

Se ti sei preoccupato di smontare quelle teorie dell’amministrazione con argomenti dimostrabili, il Tar ti darà ragione.

 

Del resto, è quello che si è verificato ultimamente con l’ottima sentenza n. 752/2019 del Tar Latina Sezione Prima, pubblicata il 31.12.2019, favorevole per il ricorrente.

 

In sostanza, il tribunale non potrà darti torto in quanto l’amministrazione è chiamata a dare la sua risposta discrezionale con una solida motivazione.

C’è l’obbligo di motivazione per il Ministero.

 

In sostanza: non gli basterà far capo all’informativa e alle querele o ai reati del congiunto, ma dovrà approfondire specificamente il caso che gli sottoponi, al fine di accertare se quanto dici è attendibile o no, specie appunto se le vicende penali sono state poste in essere dal tuo parente che, però, vive altrove.

In ultima analisi: la Questura non può compiere scelte discrezionali senza effettuare la doverosa istruttoria.

 

In particolare, l’Amministrazione deve valutare adeguatamente la circostanza che in realtà tu, come hai documentato, non convivi con tuo padre ma con tua nonna, per esempio.

 

Deve valutare che l’abitazione ove risiedi assieme alla nonna è sita magari nella stessa città, ma si tratta di due diversi immobili, distinti, indipendenti tra loro e separati da una stradina interna, a cui potrebbe solo essere successo che il Comune abbia assegnato lo stesso numero civico, finendo così per confondere un po’ le cose, ma niente di più.

 

 

 

Altre informazioni?

Contatta l’Avv. Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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