Lunedì, 20 Novembre 2017 15:44

Arma uso caccia: è sbagliata o no la revoca della licenza se capita un reato come il tentato furto di prodotti alimentari?

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La risposta è SI: è sbagliata:

a dircelo è il Tar Trento con una sentenza ineccepibile.

 

 

Altro ricorso vinto per l’interessato.

C’è da dire che il tribunale bacchetta l’amministrazione su due argomenti: la mancata partecipazione al procedimento amministrativo del ricorrente e il malgoverno del reato per niente attinente all’uso lecito dell’arma.

 

 

Il caso

Un recente caso dove il Commissariato per il Governo di Trento sbaglia ad assumere il proprio provvedimento di revoca della licenza ad uso caccia della persona interessata.

Sbaglia per il semplice motivo che, rispetto alla condotta messa in atto dall'interessato (un tentato furto di prodotti alimentari all'interno di un alimentari, reato aggravato dall'esposizione dei prodotti alla pubblica fede), il Tar Trento (sentenza n. 302 del 10 novembre 2017) ritiene il fatto di poca consistenza rispetto ad una possibile incidenza o ripercussione dello stesso sull’uso lecito dell’armamento.

 

 

La motivazione dell’Amministrazione

L’Autorità, di fronte ad una situazione del genere, aveva proposto la seguente motivazione:

"i fatti di cui l'interessato si è reso protagonista e la condotta dallo stesso tenuta in quella circostanza inducono a ritenere che egli, allo stato attuale, sia privo dei requisiti di buona condotta ed affidabilità necessari per i titolari di licenze di polizia in materia di armi, ponendo dubbi circa l'utilizzo in perfetta e completa sicurezza dell'autorizzazione di porto d'arma di cui è in possesso”.

Niente da fare per la persona interessato sul ricorso gerarchico, che pure cerca di presentare con tutti gli accorgimenti tecnici del caso, non tralasciando nulla.

La pratica non supera la prima barriera procedurale: bisogna portare il dossier all’attenzione dei Magistrati.

Ebbene, una volta interrogati, i Giudici la vedono diversamente dall’amministrazione ed accolgono il ricorso, con una motivazione ampiamente condivisibile.

 

 

Gli argomenti del Tar, primo: la mancata partecipazione dell’interessato al procedimento amministrativo

Il Tar ricorda che l’art. 10 della legge n. 241/1990 configura come un vero e proprio "diritto" dell'interessato la facoltà di presentare memorie scritte e documenti, che a sua volta l'amministrazione ha l'obbligo di valutare ove siano pertinenti all'oggetto del procedimento.

Pertanto, mentre nel caso di esercizio di tale diritto sorge l'obbligo dell'Amministrazione di tenere nella dovuta considerazione le osservazioni dell'interessato, all’opposto non può ritenersi che il mancato esercizio del diritto si traduca in una sorta di acquiescenza rispetto all'esercizio del potere.  

 

 

Secondo: c’è penale e penale, non tutti i casi sono uguali.

Prosegue il ragionamento dei Giudici.

Riguardo alla commissione di fatti costituenti reato, la giurisprudenza (Consiglio di Stato, Sez. III, 21 aprile 2015, n. 2009) ha precisato che non tutti i fatti penalmente rilevanti   possono ritenersi ugualmente significativi ai fini del giudizio prognostico sull'abuso delle armi.

 

 

Difatti si devono distinguere: 

 

A) i casi di reati commessi mediante l'uso o l'abuso delle armi, per effetto dei quali l'inaffidabilità del soggetto emerge in modo lampante, di modo che il divieto di detenzione delle armi non richiede, in genere, altra motivazione,

B) i casi nei quali, pur mancando una diretta relazione con l'uso delle armi, i reati risultano comunque rilevanti ai fini del divieto, in quanto sono indicativi di una personalità portata alla violenza contro le persone;

C) i casi nei quali non solo manca l'impiego delle armi nella commissione del reato, ma neppure si ravvisa alcuna indicazione riguardo ad una propensione all'abuso delle armo, sicché la possibilità di trarre dal fatto elementi di valutazione ai fini del divieto, se non è esclusa in radice, è tuttavia quanto meno remota e legata a particolari contingenze, da spiegare accuratamente in motivazione.

 

 

Causa vinta per l’interessato

Il ricorso va accolto perché il reato addebitato al ricorrente non è significativo del pericolo di abuso delle armi ed i provvedimenti impugnati risultano carenti di adeguata motivazione in quanto:

A) il Questore non spiega il percorso logico attraverso il quale il fatto commesso si possa ritenere un elemento indiziario della ridotta affidabilità in materia di detenzione di armi;

B) tale motivazione si rendeva necessaria se si considerano le molteplici circostanze messe in evidenza dal ricorrente e rimaste inascoltate, in particolare,

  • che il reato non è stato commesso facendo uso delle armi e si configura come un episodio singolo e, per di più, di particolare tenuità,
  • che il ricorrente al momento della contestazione del fatto non ha assunto un comportamento violento,
  • che non vi è contestazione in ordine alla condotta di vita tenuta sino a quell'episodio e
  • che il ricorrente medesimo risulta titolare della licenza di porto di fucile per uso caccia sin dal 2011.

 

 

Altre informazioni su questo argomento?

Contatta l’avv. Francesco Pandolfi

3286090590

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Letto 5351 volte Ultima modifica il Lunedì, 20 Novembre 2017 15:54
Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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