Venerdì, 30 Giugno 2017 18:08

Assegno divorzile: le nuove regole (aggiornamento giugno 2017). La differenza tra “indipendenza economica” e “tenore di vita”.

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Oggi come oggi, distinguere questi due concetti, ossia quello dell’indipendenza economica da quello (precedentemente adottato) del tenore di vita è quanto mai importante in sede di divorzio, soprattutto a seguito della sentenza della Corte di Cassazione n. 11504/17 cui si collega l’ordinanza del Tribunale di Milano del 22.05.2017, qui commentata.

Il cuore della questione è questo: estinto il rapporto matrimoniale, il diritto all’assegno di divorzio può essere riconosciuto solo dopo che sia accertata in causa la mancanza di mezzi adeguati dell’ex coniuge che lo chiede o, comunque, l’impossibilità dello stesso di procurarseli per ragioni serie e spiegabili.

 

L’indipendenza economica

Si tratta di capire, in poche parole, quale sorte potrà avere una domanda per l’assegno divorzile. Ebbene, il diritto all’assegno oggi deve essere rivisto alla luce della nuova nozione di indipendenza economica.

Ma a che cosa si riferisce, in concreto, questa nuova definizione?

Il termine di nuovo conio richiama la capacità per una persona, adulta e sana, di provvedere al proprio sostentamento; a sua volta, il sostentamento è la capacità di disporre di risorse per le spese essenziali, quali vitto, alloggio ed esercizio dei diritti fondamentali.

 

La questione in causa  

Una circostanza delicata che, come dicevamo in accenno, ultimamente è stata esaminata e decisa con l’ordinanza presidenziale della IX Sezione del Tribunale di Milano del 22.05.2017.

Una pronuncia che fa chiarezza sulle nozioni messe a confronto, agganciandosi ad un’altra innovativa sentenza della Cassazione: la n. 11504/17 (alla fine dell’articolo).

Andiamo al concreto.

Chiarito il fatto che il vecchio parametro del tenore di vita ormai non è più utilizzabile, nell’ordinanza ci si preoccupa di definire con la maggior precisione possibile la nuova nozione dell’indipendenza economica.

Il dato che emerge è che la nuova terminologia si avvicina al criterio dell’autosufficienza economica, di regola valido per il riconoscimenti ai figli maggiorenni (non autonomi economicamente) di un assegno in loro favore.

 

I principi utili

Decifrando l’ordinanza risulta che:

  • il criterio dell’autosufficienza economica è direttamente applicabile ai giudizi in corso (ovviamente deve trattarsi di cause che abbiano ad oggetto l’analisi dell’assegno divorzile),
  • va fatta un’analisi accurata della posizione di chi richiede l’assegno divorzile,
  • tale accurata analisi deve tendere ad accertare l’esistenza in capo al richiedente di adeguati redditi propri (cioè adeguati alla capacità di provvedere al proprio sostentamento),
  • infine, lo screening va fatto tenendo conto del contesto sociale di riferimento.

Nel caso esaminato i Giudici suddividono il giudizio sull’assegno divorzile in due momenti: quello dell’esistenza o meno del diritto e quello, eventuale, della misura dell’assegno (quantum).

I Giudici milanesi fissano un ulteriore criterio che va a sostituire il vecchio criterio del tenore di vita: parlano cioè del riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica del richiedente.

In definitiva, il ragionamento si chiude così: nel compiere questa analisi il Giudice può adottare come parametro non esclusivo l’ammontare delle entrate che, secondo legge, permette ad una persona di accedere al patrocinio a spese dello Stato (al momento della stesura di questo post la soglia è di euro 11.528,41 annui, ossia euro 1000,00 a mese).

Il senso del discorso, in ultima analisi, è questo.

L’assegno divorzile non può essere un rimedio per colmare sperequazioni tra i redditi degli ex coniugi, cui invece va garantito un sostanziale equilibrio utile alla conduzione di una vita dignitosa.

 

Qui la sentenza di riferimento della Cassazione

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile 

Sentenza 10 maggio 2017, n. 11504

Data udienza 10 febbraio 2017

SENTENZA

sul ricorso xxxxxx4 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l'avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall'avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso;

- ricorrente –

Contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l'avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso;

- controricorrente –

avverso la sentenza n. 1670/2014 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 27/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/02/2017 dal cons. LAMORGESE ANTONIO PIETRO;

udito, per la ricorrente, l'Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l'Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale CERONI Francesca, che ha concluso per l'accoglimento dl ricorso.

FATTI DI CAUSA

  1. - Il Tribunale di Milano ha dichiarato lo scioglimento del matrimonio, contratto nel (OMISSIS), tra (OMISSIS) e (OMISSIS) ed ha respinto la domanda di assegno divorzile proposta da quest'ultima.
  2. - Il gravame della (OMISSIS) e' stato rigettato dalla Corte d'appello di Milano, con sentenza 27 marzo 2014.

2.1. - La Corte, avendo ritenuto che il luogo di residenza della (OMISSIS) (convenuta nel giudizio) fosse a (OMISSIS), ha rigettato l'eccezione di incompetenza territoriale del Tribunale di Milano, a favore del Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente (OMISSIS), da essa sollevata sul presupposto della propria residenza all'estero, a norma della L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 4, comma 1; ha ritenuto poi non dovuto l'assegno divorzile in favore della (OMISSIS), non avendo questa dimostrato l'inadeguatezza dei propri redditi ai fini della conservazione del tenore di vita matrimoniale, stante l'incompletezza della documentazione reddituale da essa prodotta, in una situazione di fatto in cui l'altro coniuge aveva subito una contrazione reddituale successivamente allo scioglimento del matrimonio.

  1. - Avverso questa sentenza la (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi, cui si e' opposto il (OMISSIS) con controricorso. Le parti hanno presentato memorie ex articolo378 cod. proc. civ..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. - Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato la violazione dellaL. n. 898 del 1970, articolo 4, comma 1, per avere la Corte d'appello affermato la competenza per territorio del Tribunale di Milano, essendo invece competente il Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente (OMISSIS), essendo la convenuta residente all'estero.

1.1. - Il motivo e' infondato.

Premesso che, contrariamente a quanto sostenuto dal (OMISSIS), la questione della competenza e' stata riproposta in appello e che su di essa, quindi, non si e' formato il giudicato, la sentenza impugnata ha ragionevolmente valorizzato quanto dichiarato dalla (OMISSIS) (convenuta nel giudizio) nell'atto di appello, e in altri atti giudiziari, circa la sua residenza a (OMISSIS), che corrispondeva a quanto risultava dalle certificazioni anagrafiche, giudicando irrilevante la diversa indicazione, resa all'udienza presidenziale, di essere residente a (OMISSIS), luogo quest'ultimo rientrante pur sempre nella competenza del Tribunale di Milano; inoltre, ha adeguatamente argomentato in ordine a(la mancanza di prova della residenza all'estero della (OMISSIS), ritenendo inidonea a tal fine la mera disponibilita' da parte della medesima di un'abitazione negli Stati Uniti.

La decisione impugnata e', pertanto, conforme al principio enunciato da questa Corte - che va ribadito -, secondo cui la domanda di scioglimento del matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario va proposta, ai sensi della L. n. 898 del 1970, articolo 4, comma 1, (nel testo introdotto dal Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35, articolo 2, comma 3-bis, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, articolo 1, comma 1), quale risultante a seguito della dichiarazione di illegittimita' costituzionale (sentenza n. 169 del 2008), al tribunale del luogo di residenza o domicilio del coniuge convenuto, salva l'applicazione degli ulteriori criteri previsti in via subordinata dalla medesima norma (Cass. ord. n. 15186 del 2014).

  1. - Con il secondo motivo la (OMISSIS) ha denunciato la violazione e falsa applicazione dellaL. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, per avere la Corte milanese negato il suo diritto all'assegno sulla base della circostanza che lo stesso (OMISSIS) non avesse mezzi adeguati per conservare l'alto tenore di vita matrimoniale, dando rilievo decisivo alla riduzione dei suoi redditi rispetto all'epoca della separazione, mentre avrebbe dovuto prima verificare la indisponibilita', da parte dell'ex coniuge richiedente, di mezzi adeguati a conservare il tenore di vita matrimoniale o la sua impossibilita' di procurarseli per ragioni oggettive.

Con il terzo motivo la (OMISSIS) ha denunciato vizio di motivazione, per avere omesso di considerare elementi probatori rilevanti al fine di dimostrare la sussistenza del diritto all'assegno.

Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato la violazione degli articoli 112 e 132 c.p.c., per avere i giudici di merito escluso il diritto all'assegno, disconoscendo la rilevanza della sperequazione tra le situazioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e dando erroneamente rilievo agli accordi raggiunti in sede di separazione che, al contrario, indicavano la disparita' economica tra le parti e la mancanza di autosufficienza economica della (OMISSIS).

2.1. - Tali motivi sono infondati.

Si rende, tuttavia, necessaria, ai sensi dell'articolo 384 c.p.c., comma 4, la correzione della motivazione in diritto della sentenza impugnata, il cui dispositivo - come si vedra' (cfr. infra, sub n. 2.6) - e' conforme a diritto, in base alle considerazioni che seguono.

Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso - sulla base dell'accertamento giudiziale, passato in giudicato, che "la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non puo' essere mantenuta o ricostituita per l'esistenza di una delle cause previste dall'articolo 3" (cfr. articoli 1 e 2, mai modificati, nonche' la L. n. 898 del 1970, articolo 4, commi 12 e 16) -, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono percio' considerarsi da allora in poi "persone singole", sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (articolo 191 c.c., comma 1) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (articolo 143 c.c., comma 2), fermo ovviamente, in presenza di figli, l'esercizio della responsabilita' genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. articolo 317 c.c., comma 2, e da articoli 337-bis a 337-octies c.c.).

Perfezionatasi tale fattispecie estintiva del rapporto matrimoniale, il diritto all'assegno di divorzio - previsto dalla L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, nel testo sostituito dalla L. n. 74 del 1987, articolo 10 - e' condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all'accertamento giudiziale della mancanza di "mezzi adeguati" dell'ex coniuge richiedente l'assegno o, comunque, dell'impossibilita' dello stesso "di procurarseli per ragioni oggettive".

La piana lettura di tale comma 6 dell'articolo 5 - "Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non puo' procurarseli per ragioni oggettive" - mostra con evidenza che la sua stessa "struttura" prefigura un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto e' costituito, rispettivamente, dall'eventuale riconoscimento del diritto (fase dell'an debeatur) e - solo all'esito positivo di tale prima fase - dalla determinazione quantitativa dell'assegno (fase del quantum debeatur).

La complessiva ratio della L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, (diritto condizionato all'assegno di divorzio e - riconosciuto tale diritto determinazione e prestazione dell'assegno) ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di "solidarieta' economica" (articolo 2, in relazione all'articolo 23, Cost.), il cui adempimento e' richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali "persone singole", a tutela della "persona" economicamente piu' debole (cosiddetta "solidarieta' post-coniugale"): sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell'assegno di divorzio come esclusivamente "assistenziale" in favore dell'ex coniuge economicamente piu' debole (articolo 2 Cost.) - natura che in questa sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosita' della sua "prestazione" (articolo 23 Cost.).

Sicche', se il diritto all'assegno di divorzio e' riconosciuto alla "persona" dell'ex coniuge nella fase dell'an debeatur, l'assegno e' "determinato" esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non gia' "in ragione" del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensi' "in considerazione" di esso nel corso di tale seconda fase (cfr. l'incipit del comma 6 dell'articolo 5 cit.: "(....) il tribunale, tenuto conto (....)"), avendo lo stesso rapporto, ancorche' estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo piu' o meno lungo della vita in comune ("la comunione spirituale e materiale") degli ex coniugi.

Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all'assegno di divorzio - comportando ovviamente la sua negazione in presenza di "mezzi adeguati" dell'ex coniuge richiedente o delle effettive possibilita' "di procurarseli", vale a dire della "indipendenza o autosufficienza economica" dello stesso - comporta altresi' che, in carenza di ragioni di "solidarieta' economica", l'eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della "mera preesistenza" di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra "solidarieta' economica" ed illegittima locupletazione sta, percio', proprio nel giudizio sull'esistenza, o no, delle condizioni del diritto all'assegno, nella fase dell'an debeatur.

Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perche' non di rado e' dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l'assegno di divorzio una indebita commistione tra le due "fasi" del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all'una o all'altra fase, debbono per cio' stesso essere effettuati secondo l'ordine progressivo normativamente stabilito.

2.2. - Tanto premesso, decisiva e', pertanto - ai fini del riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio all'ex coniuge richiedente -, l'interpretazione del sintagma normativo "mezzi adeguati" e della disposizione "impossibilita' di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive" nonche', in particolare e soprattutto, l'individuazione dell'indispensabile "parametro di riferimento", al quale rapportare l'"adeguatezza-inadeguatezza" dei "mezzi" del richiedente l'assegno e, inoltre, la "possibilita'-impossibilita'" dello stesso di procurarseli.

Ribadito, in via generale - salve le successive precisazioni (v., infra, n. 2.4) -, che grava su quest'ultimo l'onere di dimostrare la sussistenza delle condizioni cui e' subordinato il riconoscimento del relativo diritto, e' del tutto evidente che il concreto accertamento, nelle singole fattispecie, dell'adeguatezza-inadeguatezza" di "mezzi" e della "possibilita'-impossibilita'" di procurarseli puo' dar luogo a due ipotesi: 1) se l'ex coniuge richiedente l'assegno possiede "mezzi adeguati" o e' effettivamente in grado di procurarseli, il diritto deve essergli negato tout court; 2) se, invece, lo stesso dimostra di non possedere "mezzi adeguati" e prova anche che "non puo' procurarseli per ragioni oggettive", il diritto deve essergli riconosciuto.

E' noto che, sia prima sia dopo le fondamentali sentenze delle Sezioni Unite nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990 (cfr. ex plurimis, rispettivamente, le sentenze nn. 3341 del 1978 e 4955 del 1989, e nn. 11686 del 2013 e 11870 del 2015), il parametro di riferimento - al quale rapportare l'"adeguatezza-inadeguatezza" dei "mezzi" del richiedente - e' stato costantemente individuato da questa Corte nel "tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio" (cosi' la sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, pag. 24).

Sull'attuale rilevanza del "tenore di vita matrimoniale", come parametro "condizionante" e decisivo nel giudizio sul riconoscimento del diritto all'assegno, non incide - come risultera' chiaramente alla luce delle successive osservazioni - la mera possibilita' di operarne in concreto un bilanciamento con altri criteri, intesi come fattori di moderazione e diminuzione di una somma predeterminata in astratto sulla base di quel parametro.

A distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che seguono, non piu' attuale, e cio' lo esime dall'osservanza dell'articolo 374 c.p.c., comma 3.

  1. A) Il parametro del "tenore di vita" - se applicato anche nella fase dell'an debeatur - collide radicalmente con la natura stessa dell'istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come gia' osservato (supra, sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale - a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all'articolo143 cod. civ. -, sicche' ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del "tenore di vita matrimoniale" ivi condotto - in una indebita prospettiva, per cosi' dire, di "ultrattivita'" del vincolo matrimoniale. Sono oltremodo significativi al riguardo: 1) il brano della citata sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, secondo cui "(....) e' utile sottolineare che tutto il sistema della legge riformata (....) privilegia le conseguenze di una perdurante (....) efficacia sul piano economico di un vincolo che sul piano personale e' stato disciolto (....)" (pag. 38); 2) l'affermazione della "funzione di riequilibrio" delle condizioni economiche degli ex coniugi attribuita da tale sentenza all'assegno di divorzio: "(....) poiche' il giudizio sull'an del diritto all'assegno e' basato sulla determinazione di un quantum idoneo ad eliminare l'apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche del coniuge che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio (....), e' necessaria una determinazione quantitativa (sempre in via di massima) delle somme sufficienti a superare l'inadeguatezza dei mezzi dell'avente diritto, che costituiscono il limite o tetto massimo della misura dell'assegno" (pagg. 24-25: si noti l'evidente commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio).
  2. B) La scelta di detto parametro implica l'omessa considerazione che il diritto all'assegno di divorzio e' eventualmente riconosciuto all'ex coniuge richiedente, nella fase dell'an debeatur, esclusivamente come "persona singola" e non gia' come (ancora) "parte" di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore della riforma del 1987 informato la disciplina dell'assegno di divorzio, sia pure per implicito ma in modo inequivoco, al principio di "autoresponsabilita'" economica degli ex coniugi dopo la pronuncia di divorzio.
  3. C) La "necessaria considerazione", da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale anche nella sua dimensione economico-patrimoniale ("(....) il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (....)") e' normativamente ed esplicitamente prevista soltanto per l'eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la determinazione dell'assegno (quantum debeatur), vale a dire - come gia' sottolineato - soltanto dopo l'esito positivo della fase precedente (an debeatur), conclusasi cioe' con il riconoscimento del diritto all'assegno.
  4. D) Il parametro del "tenore di vita" induce inevitabilmente ma inammissibilmente, come gia' rilevato (cfr., supra, sub n. 2.1), una indebita commistione tra le predette due "fasi" del giudizio e tra i relativi accertamenti.

E' significativo, al riguardo, quanto affermato dalle Sezioni Unite, sempre nella sentenza n. 11490 del 1990: "(....) lo scopo di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale sciolto puo' essere raggiunto utilizzando in maniera prudente, in una visione ponderata e globale, tutti i criteri di quantificazione supra descritti, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate, nonche' a responsabilizzare il coniuge che pretende l'assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalita', nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignita' sociale (...)".

  1. E) Le menzionate sentenze delle Sezioni Unite del 1990 si fecero carico della necessita' di contemperamento dell'esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio "inteso come "sistemazione definitiva", perche' il divorzio e' stato assorbito dal costume sociale" (cosi' la sentenza n. 11490 del 1990) con l'esigenza di non turbare un costume sociale ancora caratterizzato dalla "attuale esistenza di modelli di matrimonio piu' tradizionali, anche perche' sorti in epoca molto anteriore alla riforma", con cio' spiegando la preferenza accordata ad un indirizzo interpretativo che "meno traumaticamente rompe(sse) con la passata tradizione" (cosi' ancora la sentenza n. 11490 del 1990). Questa esigenza, tuttavia, si e' molto attenuata nel corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di liberta' e di autoresponsabilita', nonche' come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile (matrimonio che - oggi - e' possibile "sciogliere", previo accordo, con una semplice dichiarazione delle parti all'ufficiale dello stato civile, a norma del Decreto Legge 12 settembre 2014, n. 132, articolo 12, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 10 novembre 2014, n. 162, articolo 1, comma 1).

Ed e' coerente con questo approdo sociale e legislativo l'orientamento di questa Corte, secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell'assegno divorzile e' espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarieta' postmatrimoniale da parte dell'altro coniuge, il quale non puo' che confidare nell'esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016). In proposito, un'interpretazione delle norme sull'assegno divorzile che producano l'effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, puo' tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell'individuo (cfr. Cass. n. 6289/2014) che e' ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (articolo 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (articolo 9). Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile come detto - non e' il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione - esclusivamente - assistenziale dell'assegno divorzile.

  1. F) Al di la' delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della n. 74 del 1987(che inseri' nell'articolo 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di "mezzi adeguati" e alla "impossibilita' di procurarseli") in senso innovativo (come sosteneva una parte della dottrina che imputava alla giurisprudenza precedente di avere favorito una concezione patrimonialistica della condizione coniugale) o sostanzialmente conservativo del precedente assetto (si legga in tal senso il brano della sentenza delle Sezioni Unite n. 11490/1990 che considerava non giustificato "l'abbandono di quella parte dei criteri interpretativi adottati in passato per il giudizio sull'esistenza del diritto all'assegno"), non v'e' dubbio che chiara era la volonta' del legislatore del 1987 di evitare che il giudizio sulla "adeguatezza dei mezzi" fosse riferito "alle condizioni del soggetto pagante" anziche' "alle necessita' del soggetto creditore": cio' costituiva "un profilo sul quale, al di la' di quelle che possono essere le convinzioni personali del relatore, qui irrilevanti, si e' realizzata la convergenza della Commissione" (cfr. intervento del relatore, sen. N. Lipari, in Assemblea del Senato, 17 febbraio 1987, 561a sed. pom., resoconto stenografico, pag. 23). Nel giudizio sull'an debeatur, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l'assegno successivamente al divorzio.

Le osservazioni critiche sinora esposte non sono scalfite: a) ne' dalla sentenza della Corte costituzionale n. 11 del 2015, che ha sostanzialmente recepito l'orientamento in questa sede non condiviso, senza peraltro prendere posizione sulla sostanza delle censure formulate dal giudice rimettente, riducendo quella sollevata ad una mera questione di "erronea interpretazione" della L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, e omettendo di considerare che, in una precedente occasione, nell'escludere la completa equiparabilita' del trattamento economico del coniuge divorziato a quello del coniuge separato, aveva affermato che "(....) basterebbe rilevare che per il divorziato l'assegno di mantenimento non e' correlato al tenore di vita matrimoniale" (sentenza n. 472 del 1989, n. 3 del Considerato in diritto); b) e neppure dalle disposizioni di cui al comma 9 dello stesso articolo 5 - secondo cui: "I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria" -, in quanto il parametro dell'"effettivo tenore di vita" e' richiamato esclusivamente al fine dell'accertamento dell'effettiva consistenza reddituale e patrimoniale dei coniugi: infatti - se il primo periodo e' dettato al solo fine di consentire al presidente del tribunale, nell'udienza di comparizione dei coniugi, di dare su base documentale "i provvedimenti temporanei e urgenti (anche d'ordine economico) che reputa opportuni nell'interesse dei coniugi e della prole" (articolo 4, comma 8) -, il secondo periodo invece, che presuppone la "contestazione" dei documenti prodotti (concernenti i rispettivi redditi e patrimoni), nell'affidare al "tribunale" le relative "indagini", cioe' l'accertamento di tali componenti economico-fiscali, richiama il parametro dell'"effettivo tenore di vita" al fine, non gia' del riconoscimento del diritto all'assegno di divorzio al "singolo" ex coniuge che lo fa valere ma, appunto, dell'accertamento circa l'attendibilita' di detti documenti e dell'effettiva consistenza dei rispettivi redditi e patrimoni e, quindi, del "giudizio comparativo" da effettuare nella fase del quantum debeatur. E' significativo, al riguardo, che il riferimento agli elementi del "reddito" e del "patrimonio" degli ex coniugi e' contenuto proprio nella prima parte del comma 6 dell'articolo 5 relativa a tale fase del giudizio.2.3. - Le precedenti osservazioni critiche verso il parametro del "tenore di vita" richiedono, pertanto, l'individuazione di un parametro diverso, che sia coerente con le premesse.

Il Collegio ritiene che un parametro di riferimento siffatto - cui rapportare il giudizio sull'"adeguatezza-inadeguatezza" dei "mezzi" dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio e sulla "possibilita'-impossibilita' "per ragioni oggettive"" dello stesso di procurarseli - vada individuato nel raggiungimento dell'"indipendenza economica" del richiedente: se e' accertato che quest'ultimo e' "economicamente indipendente" o e' effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

Tale parametro ha, innanzitutto, una espressa base normativa: infatti, esso e' tratto dal vigente articolo 337-septies, primo comma, cod. civ. - ma era gia' previsto dall'articolo 155-quinquies, comma 1, inserito dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, articolo 1, comma 2, - il quale, recante "Disposizioni in favore dei figli maggiorenni", stabilisce, nel primo periodo: "Il giudice, valutate le circostanze, puo' disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico".

La legittimita' del richiamo di questo parametro - e della sua applicazione alla fattispecie in esame - sta, innanzitutto, nell'analogia legis (articolo 12, comma 2, primo periodo, delle disposizioni sulla legge in generale) tra tale disciplina e quella dell'assegno di divorzio, in assenza di uno specifico contenuto normativo della nozione di "adeguatezza dei mezzi", a norma della L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, trattandosi in entrambi i casi, mutatis mutandis, di prestazioni economiche regolate nell'ambito del diritto di famiglia e dei relativi rapporti.

In secondo luogo, il parametro della "indipendenza economica" - se condiziona negativamente il diritto del figlio maggiorenne alla prestazione ("assegno periodico") dovuta dai genitori, nonostante le garanzie di uno status filiationis tendenzialmente stabile e permanente (articolo 238 cod. civ.) e di una specifica previsione costituzionale (articolo 30, comma 1) che riconosce anche allo stesso figlio maggiorenne il diritto al mantenimento, all'istruzione ed alla educazione -, a maggior ragione puo' essere richiamato ed applicato, quale condizione negativa del diritto all'assegno di divorzio, in una situazione giuridica che, invece, e' connotata dalla perdita definitiva dello status di coniuge - quindi, dalla piena riacquisizione dello status individuale di "persona singola" - e dalla mancanza di una garanzia costituzionale specifica volta all'assistenza dell'ex coniuge come tale. Ne' varrebbe obiettare che l'articolo 337-ter c.c., comma 4, n. 2, (corrispondente all'articolo 155 c.c., comma 4, n. 2, nel testo sostituito dalla citata L. n. 54 del 2006, articolo 1, comma 1) fa riferimento al "tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori": tale parametro si riferisce esclusivamente al figlio minorenne e ai criteri per la determinazione ("quantificazione") del contributo di "mantenimento", inteso lato sensu, a garanzia della stabilita' e della continuita' dello status filiationis, indipendentemente dalle vicende matrimoniali dei genitori.

In terzo luogo, a ben vedere, anche la ratio dell'articolo 337-septies c.c., comma 1, - come pure quella della L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, alla luce di quanto gia' osservato (cfr., supra, sub n. 2.2) - e' ispirata al principio dell'"autoresponsabilita' economica". A tale riguardo, e' estremamente significativo quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 18076 del 2014, che ha escluso l'esistenza di un obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente (nella specie, entrambi ultraquarantenni), ovvero di un diritto all'assegnazione della casa coniugale di proprieta' del marito, sul mero presupposto dello stato di disoccupazione dei figli, pur nell'ambito di un contesto di crisi economica e sociale: "(....) La situazione soggettiva fatta valere dal figlio che, rifiutando ingiustificatamente in eta' avanzata di acquisire l'autonomia economica tramite l'impegno lavorativo, chieda il prolungamento del diritto al mantenimento da parte dei genitori, non e' tutelabile perche' contrastante con il principio di autoresponsabilita' che e' legato alla liberta' delle scelte esistenziali della persona (....)".

Tale principio di "autoresponsabilita'" vale certamente anche per l'istituto del divorzio, in quanto il divorzio segue normalmente la separazione personale ed e' frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della liberta' della persona ed implicano per cio' stesso l'accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi - irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no - delle relative conseguenze anche economiche.

Questo principio, inoltre, appartiene al contesto giuridico Europeo, essendo presente da tempo in molte legislazioni dei Paesi dell'Unione, ove e' declinato talora in termini rigorosi e radicali che prevedono, come regola generale, la piena autoresponsabilita' economica degli ex coniugi, salve limitate - anche nel tempo - eccezioni di ausilio economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarieta'.

In questa prospettiva, il parametro della "indipendenza economica" e' normativamente equivalente a quello di "autosufficienza economica", come e' dimostrato - tenuto conto della derivazione di tale parametro dall'articolo 337-septies c.c., comma 1 - dal citato Decreto Legge n. 132 del 2014, articolo 12, comma 2, laddove non consente la formalizzazione della separazione consensuale o del divorzio congiunto dinanzi all'ufficiale dello stato civile "in presenza (....) di figli maggiorenni (....) economicamente non autosufficienti".

2.4. - E' necessario soffermarsi sul parametro dell'"indipendenza economica", al quale rapportare l'"adeguatezza-inadeguatezza" dei "mezzi" dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio, nonche' la "possibilita'-impossibilita' "per ragioni oggettive"" dello stesso di procurarseli.Va preliminarmente osservato al riguardo, in coerenza con le premesse e con la stessa nozione di "indipendenza" economica, che: a) il relativo accertamento nella fase dell'an debeatur attiene esclusivamente alla persona dell'ex coniuge richiedente l'assegno come singolo individuo, cioe' senza alcun riferimento al preesistente rapporto matrimoniale; b) soltanto nella fase del quantum debeatur e' legittimo procedere ad un "giudizio comparativo" tra le rispettive "posizioni" (lato sensu intese) personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dalla L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, per tale fase del giudizio.

Cio' premesso, il Collegio ritiene che i principali "indici" - salvo ovviamente altri elementi, che potranno eventualmente rilevare nelle singole fattispecie - per accertare, nella fase di giudizio sull'an debeatur, la sussistenza, o no, dell'indipendenza economica" dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio - e, quindi, l'adeguatezza", o no, dei "mezzi", nonche' la possibilita', o no "per ragioni oggettive", dello stesso di procurarseli possono essere cosi' individuati:

  • il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu "imposti" e del costo della vita nel luogo di residenza ("dimora abituale": articolo43 c.c., comma 2) della persona che richiede l'assegno; 3) le capacita' e le possibilita' effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all'eta', al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilita' di una casa di abitazione.
  • Quanto al regime della prova della non "indipendenza economica" dell'ex coniuge che fa valere il diritto all'assegno di divorzio, non v'e' dubbio che, secondo la stessa formulazione della disposizione in esame e secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione del relativo onere, allo stesso spetta allegare, dedurre e dimostrare di "non avere mezzi adeguati" e di "non poterseli procurare per ragioni oggettive". Tale onere probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell'indipendenza economica", e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all'eccezione e alla prova contraria dell'altro (cfr. n. 898 del 1970, articolo 4, comma 10).
  • In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formera' normalmente oggetto di prove documentali - salva comunque, in caso di contestazione, la facolta' del giudice di disporre al riguardo indagini officiose, con l'eventuale ausilio della polizia tributaria ( n. 898 del 1970, articolo 5, comma 9) -, soprattutto "le capacita' e le possibilita' effettive di lavoro personale" formeranno oggetto di prova che puo' essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l'onere del richiedente l'assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell'indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative.
  • 5. - Pertanto, devono essere enunciati i seguenti principi di diritto.

Il giudice del divorzio, richiesto dell'assegno di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, articolo 10, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell'ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

  1. A) deve verificare, nella fase dell'an debeatur - informata al principio dell'"autoresponsabilita' economica" di ciascuno degli ex coniugi quali "persone singole", ed il cui oggetto e' costituito esclusivamente dall'accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio fatto valere dall'ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest'ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di "mezzi adeguati" o, comunque, impossibilita' "di procurarseli per ragioni oggettive"), con esclusivo riferimento all'"indipendenza o autosufficienza economica" dello stesso, desunta dai principali "indici" - salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie - del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu "imposti" e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente), delle capacita' e possibilita' effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'eta', al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilita' di una casa di abitazione; cio', sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all'eccezione ed alla prova contraria dell'altro ex coniuge;
  2. B) deve "tener conto", nella fase del quantum debeatur - informata al principio della "solidarieta' economica" dell'ex coniuge obbligato alla prestazione dell'assegno nei confronti dell'altro in quanto "persona" economicamente piu' debole (articoli2 e 23 Cost.), il cui oggetto e' costituito esclusivamente dalla determinazione dell'assegno, ed alla quale puo' accedersi soltanto all'esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma ("(....) condizioni dei coniugi, (....) ragioni della decisione, (....) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (....) reddito di entrambi (....)"), e "valutare" "tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio", al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno di divorzio; cio' sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell'onere della prova (articolo2697 cod. civ.).

2.6. - Venendo ai motivi del ricorso, da esaminare congiuntamente alla luce dei principi di diritto poc'anzi enunciati, essi sono infondati.

La sentenza impugnata, nell'escludere il diritto, invocato dalla (OMISSIS), all'attribuzione dell'assegno divorzile, non ha avuto riguardo, in concreto, al criterio della conservazione del tenore di vita matrimoniale, che pure ha genericamente richiamato ma sul quale non ha indagato.

In tal modo, la Corte di merito si e' sostanzialmente discostata dall'orientamento giurisprudenziale in questa sede criticato, come rilevato dal P.G., e tuttavia e' pervenuta a una conclusione conforme a diritto, avendo ritenuto - in definitiva - che l'attrice non avesse assolto l'onere di provare la sua non indipendenza economica, all'esito di un giudizio di fatto - ad essa riservato - adeguatamente argomentato, dal quale emerge che la (OMISSIS) e' imprenditrice, ha un'elevata qualificazione culturale, possiede titoli di alta specializzazione e importanti esperienze professionali anche all'estero e che, in sede di separazione, i coniugi avevano pattuito che nessun assegno di mantenimento fosse dovuto dal (OMISSIS).

La motivazione in diritto della sentenza impugnata dev'essere quindi corretta (come si e' detto sub n. 2.1), coerentemente con i principi sopra enunciati (sub n. 2.5, lettera A).

  1. - In conclusione, il ricorso e' rigettato.

Le spese del presente giudizio devono essere compensate, in considerazione del mutamento di giurisprudenza su questione dirimente per la decisione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio.

 

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Letto 3610 volte Ultima modifica il Domenica, 05 Novembre 2017 19:14
Francesco Pandolfi

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Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori.

Attualmente si occupa di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto penale.
E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici; in particolare ha approfondito la materia del diritto militare nelle aree disciplinari, giuslavoristiche, penali e amministrative. 
In diritto del lavoro segue da 10 anni il contenzioso dei lavoratori trimestrali contro Poste Italiane spa.

La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia; la sua profonda passione per il lavoro lo porta ad assistere e difendere davanti ogni Corte nel Paese.

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