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Martedì, 29 Agosto 2017 21:16

Femminicidio: cosa c’è dietro tutto questo?

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Il caso

Il 17 agosto un agente della Questura di Venezia uccide la moglie con la propria pistola d'ordinanza davanti alla villetta dove la coppia abita, a Dogaletto di Mira.

Tra i due è in corso la separazione; dopo averla freddata l’uomo rivolge l'arma contro di sé e si uccide.

La notizia dai media viene titolata: “altra storia di femminicidio”. Indirettamente il messaggio che trapela è quello che un’altra donna è stata uccisa da un uomo.

 

I perché del gesto

Entriamo nel vivo del problema per tentare di capire cosa può portare un uomo ad un gesto così estremo: come più volte ho evidenziato la separazione è un vero è proprio lutto, dove le persone possono reagire in modo molto differente.

Nel caso dell’agente sopra indicato, tutti evidentemente puntano il dito sull’uomo che ha ucciso la moglie; tuttavia da una prima ricostruzione sembra che si tratti di una persona tranquilla, dedita al lavoro e alla famiglia -autore di un progetto di vita che, dall’oggi al domani, si sgretola improvvisamente-.

C’è qualcosa che non quadra.

Quello sgretolamento lo conduce all’interno di un tunnel con punti bui ed incertezze, con un vero e proprio tracollo emotivo, passando per uno stato depressivo dove ansia, stress ed insonnia diventano amici inseparabili ma letali.

Più in generale, molti si chiudono in loro stessi presi dalla disperazione ed è probabilmente in questi momenti che si elabora il progetto estremo di uccidere chi ci sta lasciando, per poi uccidere se stessi al fine, forse, di poter raggiungere l’amata per continuare a vivere accanto a lei, magari in un mondo più sereno.

 

Esistono rimedi per aiutare chi è in difficoltà?

Cosa si fa per aiutare le persone nella separazione, per evitare tutto questo?

Purtroppo molto poco.

Nella separazione i primi attori sono le parti e gli avvocati, che non sempre riescono a carpire ciò che i propri assistiti stanno vivendo emotivamente: raramente consigliano di andare da un terapeuta o da un mediatore per accompagnarli in questo nuovo percorso di vita.

Molto spesso scoprire che colui/lei su cui si era riversato tutto l’affetto, la stima e la fiducia ti ha tradito e ti lascia perché progetta di vivere una nuova vita con un’altra persona induce a cadere nel più profondo sconforto, dove rabbia e impotenza sono i meccanismi più frequenti. Qui la ragione viene offuscata totalmente da questi sentimenti. 

Più spesso verifichiamo che la società è pronta ad accusare solamente l’uomo, visto spesso come un sadico massacratore.

 

Esiste in realtà una varietà di persone, con storie diverse

E’ importante sapere che abbiamo grossomodo due tipologie di soggetti che commettono questi atti: in primis “soggetti patologici” i quali, purtroppo, con il nuovo regime che tutela il malato mentale sono in totale autonomia e che dal web e dalla televisione ricevono continuamente “aggiornamenti” per raffinare il proprio sadismo (vi sono soggetti che ad una prima osservazione non dimostrano la propria devianza, ma in realtà sono dei veri sadici sia sul piano psicologico che fisico).

Tutti gli altri hanno storie molto diverse e forse molto dolorose: ad esempio una separazione, dove la responsabilità per scelta viene attribuita ad una sola parte, un allontanamento forzato dai figli e molto spesso dalla propria casa di famiglia. Molto spesso parliamo di persone costrette a vivere in macchina o, ancor peggio, per strada: tutto questo comporta un vero e proprio logoramento psicologico.

Ci siamo mai chiesti cosa produce tutto questo a livello emotivo?

Penso che l’indifferenza che oggi contraddistingue la società ci rende ciechi e sordi alle richieste di questi individui, che in fondo chiedono solo di essere tutelati come persone, come genitori.

 

Si può fare qualcosa di utile?

Le Istituzioni da troppo tempo, insieme ad alcune Scuole di Pensiero, sfruttano brutalmente queste tragedie.

Bisogna finirla e portare avanti un protocollo operativo dove i veri colpevoli sono puniti, allo stesso tempo aiutando quelli che, fino ad ora, sono stati lasciati completamente soli.

 

 

Contatta la Dottoressa Maria Bernabeo

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Letto 692 volte Ultima modifica il Domenica, 05 Novembre 2017 18:37
Maria Bernabeo

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La Dott. Maria Bernabeo si è laureata in psicologia nel marzo 1979; è abilitata in psicoterapia Junghiana dal marzo 1990.

Dal 1979 al 1987 ha collaborato presso l’istituto Leonarda Vaccari in qualità di volontaria, seguendo bambini con disturbi psicofisici.

Dal 1987 al 1995 ha collaborato con qualifica di frequentatore scientifico presso la VI Clinica Psichiatrica dell’Università di Roma la Sapienza.

Dal 1995 ad oggi esercita presso il proprio studio: terapia individuale, di coppia, familiare, consulente Tecnico di parte presso il tribunale di Roma; inoltre è Mediatore Familiare.

Dal 1998 collabora con varie associazioni di genitori separati; attraverso questa collaborazione ha studiato ed approfondito alcune tematiche del diritto di famiglia: PAS (alienazione genitoriale) false denunce di violenza domestica e di abuso, denunce di stalking, mobbing genitoriale.

Presidente dal 2005 dell’Associazione Help Family, attraverso la quale promuove progetti nella scuola (prevenzione al bullismo, sportelli ascolto, tutela dei rapporti minore–genitore).

Per contattare la Dottoressa Maria Bernabeo: 334 565 3199.

Informazioni e recapiti

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