Sabato, 16 Settembre 2017 08:44

Danni da mobbing: quando ci sono e come si provano

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Il mobbing è una forma di abuso

Indica specifici comportamenti che una persona o un gruppo rivolge ad un suo membro; nel mondo del lavoro queste attività possono anche essere messe in atto da persone che abbiano un'autorità sulle altre.

Più volte abbiamo parlato del mobbing e delle possibilità di dimostrarlo in una causa, quando il lavoratore ritiene di essere stato vessato / perseguitato dal datore di lavoro; abbiamo sempre constatato la difficoltà di arrivare al termine della causa avendo provato ogni aspetto della domanda (vedi anche Dipendente perseguitato quando lavora: l'avvocato può aiutarlo a dimostrare il mobbing? ). 

 

L'esistenza del mobbing

Non sempre i rapporti lavorativi conflittuali equivalgono a mobbing; spesso si tratta di situazioni tese, problematiche, ma non patologiche.

Un'interessante sentenza della Corte di Cassazione, la n. 16690/015 ci aiuta però a focalizzare gli elementi necessari per dimostrare in causa questo peculiare fenomeno e i danni risarcibili.

Vediamo gli elementi, in estrema sintesi:

 

i molteplici comportamenti persecutori contro il dipendente,

il danno alla salute riportato dal dipendente,

il collegamento tra danno e comportamento persecutorio del datore di lavoro,

la dimostrazione dell'intento persecutorio.

Solo in presenza di questi elementi avremo concrete possibilità di ottenere l'accoglimento della domanda proposta nella causa di mobbing; l'orientamento della Cassazione è pressochè costante nel ritenerli necessari.

 

 

Come provare i danni

Anche questo aspetto della causa di mobbing non è semplicissimo (vedi anche Come dimostrare mobbing ): cerchiamo allora con l'aiuto della sentenza in commento di individuare almeno i capisaldi su cui poggiare la domanda risarcitoria.

In quel caso specifico la lavoratrice rassegna le dimissioni per giusta causa visti i comportamenti mobizzanti messi in atto contro di lei dal datore; nelle fasi di merito del processo viene accertata l'effettiva esistenza del mobbing in quanto il datore ha posto in essere ripetuti comportamenti vessatori, c'è stato un danno alla salute opportunamento documentato, la condotta datoriale è effettivamente ricollegabile all'evento dannoso, infine è provato l'intento persecutorio.

L'azienda viene condannata a:

 

 

restituire l'importo trattenuto a titolo di mancato preavviso,

risarcimento del danno biologico così come provato all'esito di una consulenza tecnica d'ufficio.

 

Se questo è vero, poniamoci allora la domanda se è possibile dimostrare anche un "danno alla professionalità", subito per conseguenza diretta del comportamento datoriale.

Ebbene, a questa domanda la risposta potrà essere positiva tutte le volte in cui chi agisce saprà dimostrare il danno che lamenta: in tutti gli altri casi bisognerà aspettarsi un rigetto.

Accade, detta in termini più semplici, ciò che si verifica per le altre domanda: non ci si può sottrarre al cosiddetto onere di allegazione.

Per esempio, la sentenza in commento ha negato la risarcibilità di questa specifica voce di danno (accogliendo le altre domande) in quanto è mancata la prova: è stato infatti chiarito che il diritto al risarcimento non scatta in automatico per il solo fatto che ci sia stato l'accertamento del mobbing, ma è sempre richiesta la prova del pregiudizio di cui si chiede soddisfazione in termini economici.

 

 

Altre informazioni

Avv. Francesco Pandolfi

3286090590

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Letto 1914 volte Ultima modifica il Domenica, 05 Novembre 2017 18:15
Francesco Pandolfi

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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.


Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.


Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.

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